IL CAMBIO DI PARADIGMA PASTORALE 

La lettura delle domande che avete formulato riflette in modo forte due costatazioni:
a) La complessità della situazione che stiamo vivendo. Sono domande che toccano tutti gli elementi riguardanti la fede: come decifrare quello che stiamo vivendo; quale figura di fede è adeguata a questo tempo; come ci dobbiamo riorganizzare (parrocchie e unità pastorali); come pensare l’annuncio e la testimonianza in una situazione nella quale le persone non sembrano più interessate; ci sono scelte su cui puntare abbastanza sicure? Si direbbe che niente del cristianesimo che abbiamo ereditato e delle sue forme no sia coinvolto in questa crisi.
b) Un senso di disorientamento e anche un velo di pessimismo, quasi il dubbio che andiamo piuttosto verso una fine che un ricominciamento.
Queste sensazioni che ho colto le sento anche in me e sono condivise a livello delle chiese italiane e europee.
Provo a dirvi alcune prese di coscienza che stanno crescendo in me e nelle persone più attente ai cambiamenti in atto. Lo faccio con due passaggi:
1. Una lettura più onesta possibile della situazione del cristianesimo oggi, per riprendere fiducia.
2. L’indicazione di alcuni passi (pochi) per riprendere coraggio operativo.

1. Una lettura del presente

Vi propongo di fare un esercizio di “discernimento” sulla situazione attuale delle nostre parrocchie, che può avere un effetto di disincanto ( e quindi incrementare il senso di spaesamento emerso dalle domande) ma che invece è un invito al reincanto. Guardiamo come era il cristianesimo in Italia prima del 1960 (data di inizio del Concilio Vaticano II), come sarà dopo il 2060 e come è attualmente nel 2018. Per fare questo esercizio non occorre essere profeti: basta semplicemente aprire gli occhi.
Una frase di Papa Francesco appare illuminante:
«Oggi non viviamo un’epoca di cambiamenti, ma un cambiamento di epoca» .

A. Come eravamo prima del 1960?
– Eravamo in un contesto di cristianesimo e di fede che possiamo definire “sociologico”. Si era cristiani semplicemente perché si era europei. Venivamo fatti cristiani da bambini, per osmosi con il nostro ambiente familiare e sociale. La famiglia, la scuola e il paese erano i nostri tre grembi generatori: eravamo generati alla vita e alla fede, senza scissione. Assimilavamo la fede con il latte della mamma. Era una forma di “catecumenato sociologico”, secondo la felice espressione di Joseph Colomb.
– La parrocchia e la sua pastorale erano di “conservazione”: la parrocchia della “cura animarum”. Tutta la proposta pastorale era in funzione di nutrire e sostenere la fede di persone già sociologicamente credenti.
– Al centro della pastorale di questo tipo di parrocchia c’era quella che oggi chiamiamo ‘iniziazione cristiana’. Questa forma di iniziazione, rispetto al modello catecumenale dei primi secoli, era molto semplificata: era rivolta ai bambini e aveva come finalità non tanto di iniziarli alla vita cristiana (a questo pensava la famiglia e il contesto culturale) ma di prepararli a ricevere bene i sacramenti che mancavano loro: la prima confessione, la prima comunione e la cresima. Questo compito era delegato agli addetti ai lavori: i catechisti, o meglio nella maggior parte dei casi le catechiste. Appare evidente che questo dispositivo di iniziazione cristiana era doppiamente semplificato rispetto al catecumenato antico: rivolto ai bambini e non più agli adulti; finalizzato a prepararli a ricevere i sacramenti e non a farli diventare cristiani attraverso i sacramenti.
– In questo modello di iniziazione semplificato la catechesi era un’attività a sua volta molto semplice: il “catechismo”. Un’ora settimanale di scuola, con una maestra, un libro, una classe, un metodo (domanda e risposta) e l’obbligo di frequenza: il catechismo della dottrina cristiana. In molte regioni l’espressione “andare a dottrina” voleva dire andare al catechismo.

Non possiamo non rimanere ammirati di fronte a questo quadro: era un modello di presenza nel mondo che la Chiesa aveva elaborato con semplicità ed efficacia e questo modello ha permesso a moltissime generazioni di uomini e donne dei nostri paesi occidentali di vivere la fede.

B. Come saremo dopo il 2060?
Anche questo esercizio è abbastanza facile.
– Avremo un cristianesimo per scelta, di conseguenza avremo un cristianesimo di minoranza. Si giungerà alla fede per conversione e per convinzione. Al centro della cultura attuale occidentale, infatti, non c’è più la fede, ma la libertà religiosa. Ritorneremo dunque a vivere una situazione simile a quella dei cristiani dei primi secoli. Tertulliano diceva: “Non si nasce cristiani, si diventa”. Dal quinto secolo in poi, con la cristianizzazione dell’impero romano (Costantino, Teodosio) la situazione si è capovolta: “Si nasce cristiani e non si può non esserlo”. Siamo ora in una situazione diversa: “Non si nasce più cristiani, si può diventarlo, ma non è più sentito come necessario per vivere umanamente bene la propria vita”. La fede è ora una possibilità tra tante per affrontare l’avventura umana, personale e sociale.
– Come saranno le nostre comunità cristiane? Saranno piccole comunità, fondate più sulle relazioni che sulle strutture e l’organizzazione. La pastorale sarà di proposta, non di conservazione. In ambito francofono si parla di “engendrement” (generatività) e non più di “encadrement” (inquadramento).
– In queste comunità verrà messo in atto per chi lo chiede un processo di iniziazione cristiana destinato agli adulti e a tutta la famiglia (i figli con i loro genitori). Questo processo avrà la forma di un tirocinio: un’immersione nella vita comunitaria, scandito dalle tappe sacramentali, accompagnato da tutor come avveniva nei primi secoli. Questo accompagnamento non potrà più essere delegato alla sola persona del catechista. Sarà la comunità il grembo generativo della fede.
– E come sarà la catechesi dentro questo processo di iniziazione alla vita cristiana? Sarà una catechesi che avrà le caratteristiche del primo annuncio e della mistagogia, cioè dell’annuncio del kerigma e dell’approfondimento progressivo del dono della fede a cui si è aderito. Ritorneremo su questo punto specifico della catechesi tra breve.

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l’ultimo saluto a

DON FRANCESCO MARCHI: IL PRETE DEL SORRISO

Carissimo don Francesco,
oggi la comunità di Villafranca è qui per dirti grazie, un grazie con il sorriso sulle labbra, quel sorriso che era il tuo segno distintivo, segno dello stato d’animo del cristiano che ha incontrato Dio e ha fatto esperienza di Gesù Cristo. Se un pezzo del tuo cuore, e non piccolo, è rimasto a Torre Angela possiamo dire che Villafranca è sempre stata nel tuo DNA, le tue radici si sono alimentate qui all’ombra di un “cupolone” molto più piccolo che però fin da ragazzino era casa tua e punto di riferimento della tua famiglia.

Durante la preghiera di suffragio di lunedì sera, quando Antonella ricordava alcuni tuoi tratti messi insieme dalle testimonianze di tanti amici, Ci sei riapparso, seduto li, appena sotto la sede del celebrante, il tuo posto della Domenica, con il tuo sorriso e quella voglia di esserci, di “stare” in mezzo ai tuoi che solo la malattia aveva in parte limitato.
Oggi siamo qui a dire Grazie al Signore per tutto quello che ci hai donato attraverso la tua presenza, per la grande testimonianza di FEDE in Gesù Cristo Il “Buon Pastore”, per l’invito e lo stimolo costante alla partecipazione, al non essere “cristiani tiepidi”, all’essere di “Dio” nel mondo da credenti autentici senza se e senza ma.
Grazie per il richiamo costante alla Parola di Dio, alla familiarità con il Vangelo.
Grazie per averci testimoniato che è nella preghiera, nel silenzio, nello stare davanti all’Eucarestia che troviamo consolazione e forza.
Grazie perché nel tuo sguardo e nel tuo sorriso la Misericordia di Dio si è concretizzata ed ha confortato tanti cuori afflitti, tanti volti angosciati, tanti fratelli sofferenti.
Grazie per la tua fede limpida, forte, mi permetto di dire “laica”… Ripetevi spesso che il tempo dei laici era già venuto e che forse noi eravamo ancora troppo tiepidi al forte richiamo di ecclesialità e corresponsabilità della Chiesa. Per non parlare poi dell’impegno sociale e civile che, ripetevi spesso, essere un dovere per ogni cristiano!
Grazie don Francesco, la tua terra, la tua gente, i tuoi amici non ti saranno mai sufficientemente grati per quello che hai dato a tutti noi e il nostro ricordo nella preghiera non verrà mai meno.

la redazione