Progetto Pastorale Parrocchiale 2017 – 2018

   LINEE GUIDA

 

Al nuovo CPP è affidato il compito di aiutarci a guardar in avanti partendo dal lavoro svolto dal precedente CPP. Le persone che danno continuità al lavoro ci possono aiutare a costruire   il “progetto pastorale 2017/18.

Nella continuità del cammino

Da alcuni anni il CPP cerca di offrire, alla parrocchia e a tutti i gruppi che in essa lavorano, una serie di indicazioni orientative che favoriscono il cammino unitario. Abbiamo sempre bisogno di idee per  camminare e perché il cammino sia unitario e sinergico le idee devono essere condivise.

Forse a volte anche noi abbiamo abbandonato l’amore, la freschezza e l’entusiasmo di un tempo” (papa Francesco ai vescovi italiani) e abbiamo bisogno di aiutarci a riprendere tutto questo, metterci assieme attorno ad un progetto di certo favorirà la serenità del lavoro e avrà la forza di ridonare entusiasmo nelle fatiche.

Non spariscono i problemi, le delusioni ma sapere che siamo in molti a lavorare ci aiuterà a camminare con gioia.

Lavorare da soli comporta sentire maggiormente i pesi e le pesantezze del cammino e rende tutto più impegnativo fino a farlo sembrare una prova che il Signore mette davanti a noi. il cammino della nostra comunità e forse la stessa fede, vissuti da soli ci portano a sentire pesi che difficilmente riusciamo a portare.

“Forse anche noi nei momenti della prova siamo vittima della stanchezza, della solitudine, del turbamento per l’avvenire; restiamo scossi nell’accorgerci di quanto il Dio di Gesù Cristo possa non corrispondere all’immagine e alle attese dell’uomo ‘religioso’: delude, sconvolge, scandalizza” (papa Francesco ai vescovi italiani).

Un progetto per lavorare assieme sentire assieme la gioia di un cammino che, pur difficile, ha la forza di rendere bella la nostra vita e la vita della comunità.

Lavoriamo attorno a tre verbi: abitare – educare – trasfigurare

Il Convegno della Chiesa Italiana di Firenze (9-13 novembre 2015) ci ha offerto 5 verbi: uscire – annunciare – abitare e trasfigurare. Sui primi due ci siamo impegnati lo scorso anno. Chiaramente non vanno studiati ma vissuti e pertanto il lavoro non è finito, anzi, ci chiama ogni giorno in causa per vedere se siamo una chiesa in uscita e una Chiesa che sa annunciare, parlare di Gesù il Risorto a tutti.

La sintesi del lavoro dei gruppi porta un titolo interessante “La voglia di camminare assieme”. Per la Chiesa non è soltanto la “voglia” ma la “necessità” di camminare assieme. E il cammino fatto assieme si vede e lascia un segno.

Abitare

Il CPP deve essere il “motore” di un nuovo abitare la comunità parrocchiale. E perché l’abitare sia positivo deve partire da un presupposto chiaro: urge la necessità di vedere la bellezza presente e di aumentarla creando relazioni nuove.

Per riuscire in questo forse è opportuno dare un’occhiata allo “stile” del  passato in cui il vicino era importante per la propria esistenza.

La gente si conosceva, tutti sapevano le gioie e i dolori, le fatiche e positività degli altri. Oggi non ci conosciamo e spesso ci rifugiamo nel dire “deve essere nuovo” anche di persone che da molti anni vivono a  Villafranca.

Le corti e le vie erano luoghi abitati, oggi sono disabitate, vuote. Anche a Villafranca erano molte le “sagre” di quartiere, le vie erano piene di gente e la sera non si rimaneva chiusi in casa davanti alla TV che non c’era ma sulla porta di casa per condividere, nel racconto, la propria vita e i propri sogni.

Torniamo ad abitare l’esterno delle mura della casa ma con serenità, con equilibrio, nel rispetto, con forme nuove e vive.

Serve pensare nuovi modi creare relazioni e trovare la forza di donare la bellezza dell’”essere vicini” togliendo ciò che divide e riscoprendo ciò che unisce.

Importante ricreare spazi di incontro “normali”, riaprire modalità di relazioni, sentirsi accanto a delle persone, pensare che il cristiano deve essere un modello di relazioni. Urge ristabilire la capacità di vivere con gli altri.

Il cristiano abita con gli altri e dovrebbe far crescere la bellezza dell’abitare assieme portando la capacità di stimarsi reciprocamente, divenendo uno stimolo alla crescita, lievito. Senza dimenticarsi che “anche il miglior lievito da solo rimane immangiabile, mentre nella sua umiltà fa fermentare una gran quantità di farina: mescoliamoci alla città degli uomini, collaboriamo fattivamente per l’incontro con le diverse ricchezze culturali, impegniamoci insieme per il bene comune di ciascuno e di tutti” (papa Francesco ai vescovi italiani).

Educare

L’educatore vero è colui che vive ciò a cui vuole educare, non è un’esperienza culturale ma vitale.

Educare non è un compito teorico, è la trasmissione di uno stile di vita reso visibile dalla passione con cui uno vive la propria esistenza.

Ma anche chi è “educato” ha bisogno di un continuo allenamento per vivere ciò in cui crede. Per vivere bene serve allenamento che comporta impegno, costanza e sacrificio.

Chi crede deve “vivere” la fede e non soltanto “dire” di credere. Il dire senza vivere rende vuoto il nostro parlare.

Il credente vero vive bene la sua vita ed è convinto che il trasmettere la bellezza della vita sia fondamentale per coloro che amano i fratelli e per questo mette “passione” nel vivere. Sente che i valori rendono bella la sua vita e vorrebbe che la vita di tutti fosse bella, per questo non rinuncia a trasmettere ciò in cui crede. In questo si fa missionario ed annunciatore.

Il cristiano è consapevole che ha un dono di valori da consegnare agli altri perché diventi patrimonio comune, sente che questo ha la forza di dare bellezza al mondo in cui viviamo. I miei valori sono una ricchezza, per me e per tutti, questo pensa il credente e per questo vive e condivide i valori con serenità e rispetto.

Ma è proprio l’essere contenti di vivere i propri valori che diventa il primo modo di trasmetterli. Chi non vive contento trasmette la pesantezza dei propri valori, facendoli diventare negativi, chi è contento trasmette la gioia di vivere bene e noi dobbiamo essere un segno visibile della bellezza e positività dei nostri valori.

Non a caso papa Francesco ha scelto tutti titoli di gioia nelle sue encicliche e nei suoi messaggi. “Evangelii gaudium”, la gioia del vangelo, l’esortazione apostolica che da inizio al suo pontificato e lo delinea nei suoi tratti fondamentali; “Amoris laetitia”, la gioia dell’amore. L’esortazione apostolica che conclude il sinodo sull’amore e la famiglia; “Laudato sì”, sia lodato, l’enciclica sul creato; “Lumen fidei” sul compito della fede nella vita dell’uomo!

Non esiste una fede che non sia fonte di serenità e di gioia di vivere.

Proprio perché è bello vivere la fede per noi dovrebbe essere naturale parlare di fede, perché parlare di fede equivale parlare di vita e della sua bellezza.

Ecco allora che per noi educare alla vita è educare alla fede. E visto che amiamo i fratelli non possiamo che desiderare che vivano la fede perché è vivere una vita bella!

Non è certo facile anche se è bello, molte sono le cose che rendono difficile la vita della fede e che la frenano ma deve essere chiaro a tutti che è “meglio zoppicare sulla via, che camminare a forte andatura fuori strada. Chi zoppica sulla strada, anche se poco avanza, si avvicina tuttavia al termine. Chi invece cammina fuori strada, quanto più velocemente corre, tanto più si allontana dalla meta” (S. Tommaso d’Aquino).

Allora pur zoppicando, pur con tutte le fatiche e i freni che troviamo, proviamo ad aiutarci a camminare nella fede.

Trasfigurare

Il cristiano deve andare oltre le logiche del vivere umano per inserire in esso l’esperienza della fede, che è un’esperienza di “trasfigurazione”, di capacità di elevare ad una dignità diversa la nostra vita di tutti i giorni.

Lo dice con chiarezza papa Francesco nell’enciclica Lumen fidei ricordandoci anche che per noi credenti “È urgente perciò recuperare il carattere di luce proprio della fede, perché quando la sua fiamma si spegne anche tutte le altre luci finiscono per perdere il loro vigore. La luce della fede possiede, infatti, un carattere singolare, essendo capace di illuminare tutta l’esistenza dell’uomo. Perché una luce sia così potente, non può procedere da noi stessi, deve venire da una fonte più originaria, deve venire, in definitiva, da Dio. La fede nasce nell’incontro con il Dio vivente, che ci chiama e ci svela il suo amore, un amore che ci precede e su cui possiamo poggiare per essere saldi e costruire la vita. Trasformati da questo amore riceviamo occhi nuovi, sperimentiamo che in esso c’è una grande promessa di pienezza e si apre a noi lo sguardo del futuro. La fede, che riceviamo da Dio come dono soprannaturale, appare come luce per la strada, luce che orienta il nostro cammino nel tempo. Da una parte, essa procede dal passato, è la luce di una memoria fondante, quella della vita di Gesù, dove si è manifestato il suo amore pienamente affidabile, capace di vincere la morte” (LF 4).

È bello pensare che il cristiano sappia vivere come Cristo! È bello vedere il cristianesimo come un vissuto positivo e così bello che tutti vedono in esso un modo gustoso di  abitare il mondo. Per questo urge superare una serie di tentazioni, come ricorda papa Francesco “siamo forse esposti alla tentazione di ridurre il Cristianesimo a una serie di principi privi di concretezza. Si cade, allora, in uno spiritualismo disincarnato, che trascura la realtà e fa perdere la tenerezza della carne del fratello. Torniamo alle cose che contano veramente: la fede, l’amore al Signore, il servizio reso con gioia e gratuità” (papa Francesco ai vescovi italiani).

Non va poi dimenticato che la trasfigurazione ci chiede di essere “profetici”, di sapere inicare la strada per riconoscere la presenza di Gesù e il modo più efficace è quello di dire con le scelte della vita che è possibile vivere come Lui ci insegna. Per questo dobbiamo fare delle coraggiose scelte di vita che indichino “la differenza cristiana, invece, fa parlare l’accoglienza del Vangelo con le opere, l’obbedienza concreta, la fedeltà vissuta; con la resistenza al prepotente, al superbo e al prevaricatore; con l’amicizia ai piccoli e la condivisione ai bisognosi. Lasciamoci mettere in discussione dalla carità, facciamo tesoro della sapienza dei poveri, favoriamone l’inclusione” (papa Francesco ai vescovi italiani).

Per riuscire in questo dobbiamo avere una vita “spirituale” forte che è il primo passo per la nostra trasfigurazione e questo comporta la disponibilità ad abbandonarci in Lui, confidando che questo abbandonarci non toglie la nostra umanità ma la eleva ad una dimensione ancora più grande, la trasfigura, ci fa vivere da risorti già in questo mondo.

Una formazione che continua

Abbiamo proposto, lo scorso anno, un cammino formativo su tre ambiti: al servizio formativo, al servizio liturgico e un’attenzione particolare sull’Amoris Letitia.

Il cammino aveva lo scopo di aiutarci a vivere queste dimensioni da credenti e riuscire ad interagire su tematiche impegnative con serenità con persone che la pensano in modo diverso.

I tre verbi che guidano il nostro cammino di quest’anno: abitare, educare e trasfigurare ci provocano a guardare alla nostra vita e vedere quanto è profondamente intrisa di fede, quanto siamo capaci di dare una forma testimoniante e coinvolgente al nostro essere cristiani.

Ci sembra, pertanto, importante continuare la nostra formazione per renderla ancora più attenta alla vita.

Il cammino che faremo prende spunto dall’Evangelii Gaudium, ci soffermeremo in particolare sulla necessità di essere una Chiesa piena di gioia che sa farsi missionaria per condividere la gioia scoperta e lo sa fare assieme, in modo comunitario e nel suo impegno nel sociale.

Non possiamo accontentarci di una fede passiva e triste!

E allora con serenità a coraggio proviamo a rinvigorire la nostra fede e a dire a tutti che è bello vivere una vita da credenti.

Nel cammino di costruzione della nostra Unità Pastorale

La diocesi, nella scelta da valorizzare i laici e nella necessità di supplire alla carenza di sacerdoti, prova a fare nascere le Unità Pastorali (UP).

Un insieme di parrocchie che provano a gestire in accordo il cammino da fare cercando e valorizzando la cooperazione nella ricerca di una sinergia che renda soggetti attivi molte persone della comunità.

Il vescovo ci indica alcuni elementi essenziali per poter partire assieme:

*Il senso della corresponsabilità tra presbiteri che servono le parrocchie dell’Unità Pastorale; la corresponsabilità dei laici di assumersi il proprio compito, rispondente alle proprie competenze, formata con percorsi adeguati; la corresponsabilità armoniosa tra preti e laici, senza interferenze di ruoli. Tale senso di corresponsabilità fa passare da una cultura del “io” al “noi”, del “mio” al “nostro”, pur non cancellando l’identità delle singole parrocchie: giuridicamente restano autonome, pastoralmente sono comunione fraterna, che consente anche differenziazione di iniziative ritenute valide.

*Una certa vita comune tra preti dell’Unità Pastorale che si traduce anche nella residenza sotto o con prolungati tempi da trascorrere insieme, a cominciare dalla abitudine di pranzare insieme, possibilmente ogni giorno dove si è abbastanza vicini; riservarsi una giornata intera da trascorre in parte insieme, in équipe nella amicizia, nella confidenza, nella preghiera, nella lectio divina, nel confronto dialogico, nell’ascolto, nel discernimento, nella condivisione, nel ritiro spirituale, nei corsi di formazione, nella distensione; e in parte anche da soli, per pregare, leggere, riposarsi, dormire di più: tutto serve per ristabilire sanità di corpo, mente e spirito

*Un Consiglio dell’Unità Pastorale funzionante, costituito in prima istanza dai moderatori dei Consigli Parrocchiali e da rappresentanti della vita consacrata, eventualmente presenti sul territorio; ampliabile con persone ritenute significative, ad esempio rappresentanti di Aggregazioni laicali della Consulta diocesana presenti sul territorio.

*Un progetto condiviso tra preti, preti e laici del Consiglio Pastorale dell’Unità Pastorale, desunto dal Progetto diocesano che si articola sui seguenti valori di riferimento: i cinque verbi di Firenze; la trasmissione della fede; la realizzazione di percorsi differenziati.

Le UP non sostituiscono le comunità parrocchiali ma segnano un chiaro rinnovamento verso un lavoro da fare assieme, in collaborazione tra tutti, salvaguardando la comunità ma mettendola in stretta sinergia con le altre.

Tempi stretti per partire, partiamo già con un primo piccolo nucleo (Duomo – Madonna del Popolo – Quaderni – Rosegaferro), poi se ne aggiungeranno delle altre (Pizzoletta – S. Zeno in Mozzo – Mozzecane – Grezzano – Tormine – Bagnolo – Nogarole Rocca – Pradelle). Tempi lunghi per trovare il modo migliore per collaborare e fare in modo che tutti possiamo essere una ricchezza per tutti.

 

 

 

PREGHIERA

Signore, abbiamo bisogno di rendere visibile la tua presenza,

sentiamo sempre più che il nostro mondo

cerca con forza di trovare stimoli per guardare al futuro

con gioia e speranza.

Apri i nostri occhi per

“intravedere il vino in cui l’acqua può essere trasformata,

e a scoprire il grano che cresce in mezzo alla zizzania”.

Fa che noi credenti sappiamo bere alla tua sorgente

Di amore infinito e ad essere

“persone-anfore per dare da bere agli altri”.

Fa, o Signore,

che sappiamo essere cristiani con uno sguardo positivo,

ricchi di speranza e di serenità,

capaci di rendere migliore il mondo che abitiamo.

Ti preghiamo anche, o Signore,

per la realizzazione della nostra Unità Pastorale,

effondi su di noi il tuo Santo Spirito perché,

docili alla sua azione di grazia,

ci impegniamo ad abbattere diffidenze

e ostacoli di ogni genere tra le nostre parrocchie,

pronti a contribuire, con umile senso di corresponsabilità,

a fare della erigenda nostra Unità Pastorale

un cuor solo e un’anima sola nel vincolo dell’amore fraterno.

Amen.