Vivere “abitando” la comunità

Quando parliamo di “abitare” intendiamo quasi esclusivamente il luogo dove abbiamo la casa, ma abitare è molto di più che possedere una casa in un luogo.  Abitare è “vivere” un luogo! Cioè intessere con un luogo tutta una serie di rapporti che aiutano a vivere nel luogo e far vivere il luogo.

  “Abitare” è una bella parola, che esprime alcune situazioni concrete della nostra vita. Indica fra l’altro familiarità, un modo fiducioso, l’approccio quotidiano con cui ci rapportiamo alle cose e alle persone. Ecco perché, forzando un poco il significato del verbo, potremmo dire che noi abitiamo luoghi, ma soprattutto abitiamo relazioni.

Si tratta di relazioni che possono essere positive, ricche di fiducia e costruttive che ci fanno star bene con il luogo nel suo insieme. Si tratta di relazioni che impegnano il nostro agire e che ci chiamano a interagire con esse, le relazioni non possono essere neutre, insignificanti, vuote, renderebbero vuoto il nostro vivere. Pensiamo all’abitare una famiglia, se le relazioni diventano stanche e vuote tutta la nostra vita è stanca e vuota e sentiamo il bisogno di trovare nuove relazioni. Quando abitiamo un qualche luogo, in altre parole, dobbiamo trovarvi un senso, una possibilità di orientare la nostra vita attraverso il nostro abitare. Per noi che crediamo il modo giusto e positivo dell’abitare un territorio e le relazioni lo troviamo nella Parola di Dio.

Abitare le relazioni allora deve significare essere capaci di lasciare spazio all’altro. La necessità che venga lasciato spazio all’altro è fondamentale, non siamo i soli ad abitare e le relazioni non esistono senza l’altro. In modo particolare i più giovani hanno bisogno che gli altri lascino loro spazio. Pensiamo questo anche all’interno dei nostri gruppi.

Un altro atteggiamento da sviluppare è l’accoglienza, è l’atteggiamento a cui siamo tutti chiamati nei confronti in particolare delle persone più fragili. Vi sono tante forme di fragilità, oggi, che richiedono attenzione: quelle dei bambini e degli anziani, quelle di coloro che hanno perso il lavoro e, in generale, dei poveri; quelle degli immigrati, alla ricerca di quel futuro; quelle di chi vive un disorientamento psicologico ed esistenziale.

Riprendendo le parole di papa Francesco “Sogniamo una chiesa capace di abitare in umiltà, che, ripartendo da uno studio dei bisogni del proprio territorio e dalle buone prassi già in atto, avvii percorsi di condivisione e pastorale, valorizzando, “gli ambienti quotidianamente abitati”, ognuna nel proprio spazio-tempo specifico e rendendo così ciascuno destinatario e soggetto di formazione e missione [EG, 119-121]”.

Mons. Giampietro Fasani

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