UN FUTURO PER IL VERDI

Report dell’incontro del 25 febbraio 2019, con i gruppi della pastorale a cura del prof. Andrea Mariotto

Nelle pagine interne della sezione CONSIGLIO PASTORALE alla voce PROGETTO PASTORALE potete trovare il REPORT completo del 1° incontro del Percorso partecipativo per la rigenerazione dell’area del Teatro Verdi a cura del prof. Andrea Mariotto, Laureato in Architettura e Dottore di Ricerca in Pianificazione Territoriale e Politiche Pubbliche per il Territorio, svolge attività di consulenza per enti locali, studi professionali e società private nel campo dello sviluppo locale partecipato.

DON GIAMPIETRO PER SEMPRE CON NOI

Omelia del Card. di Firenze Giuseppe Betori per la Messa nel primo anniversario della morte di mons. Giampietro Fasani
9 febbraio 2019

La liturgia della parola di questa quinta domenica del tempo ordinario evidenzia il percorso di due vocazioni: quella del profeta Isaia, nella prima lettura, e quella dei primi discepoli di Gesù, nella pagina del vangelo. Due percorsi che si snodano su un medesimo tragitto: anzitutto l’incontro con Dio per il profeta, ovvero con il suo Figlio per alcuni pescatori, un incontro in cui l’uomo fa esperienza del proprio irriducibile limite; all’incontro segue la conversione del chiamato; infine tutto appare proiettato sull’orizzonte della missione.
Seguendo da vicino il testo del vangelo di Luca, vediamo come l’iniziativa dell’incontro sia di Gesù stesso. È lui che, con il suo sguardo, illumina coloro che si appresta a chiamare: «Vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti» (Lc 5,2). Lo sguardo di Gesù si posa sulla vita quotidiana di un gruppo di uomini, che egli incontra nel contesto del loro lavoro.
Gesù chiede di essere accolto nella barca e trova disponibilità da parte di Simone. Questi non si chiude in se stesso, non pensa ai propri affari, non resta imprigionato nelle maglie della rete che occorre finire di rassettare, ma si lascia provocare dalla novità di quell’uomo che lo interpella, che si siede sulla barca, che gli chiede di essere accolto.
Grazie alla vicinanza conquistata diventa possibile sviluppare un dialogo, in cui, di nuovo, l’iniziativa è di Gesù. La sua è una parola con cui sfida ulteriormente la disponibilità del pescatore e gli chiede di riporre in lui la sua fiducia: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca» (Lc 5,4). Parole del tutto irragionevoli agli orecchi di pescatori esperti, che, se nella notte non hanno preso alcunché, tanto meno possono pensare di farlo in pieno giorno.
Ma quest’uomo, Gesù, deve aver fatto scattare qualcosa nel cuore di Simone, perché questi non gli oppone un rifiuto. Sarà stato probabilmente per l’insegnamento con cui Gesù si era rivolto alle folle proprio dalla sua barca, ma Simone sente che di quest’uomo ci si può fidare, fino a osare ciò che umanamente non appare ragionevole.
La dinamica dell’incontro che si è fin qui sviluppata ha molto da dirci, se anche noi vogliamo lasciare che la nostra vita si lasci orientare dalla parola del Signore. È una dinamica che vede succedersi disponibilità all’ascolto, accoglienza negli spazi ordinari dell’esistenza, ancora ascolto e infine fiducia.
Siamo però appena alla metà del percorso, che ora diventa ancor più rivelativo, perché la parola di Gesù si mostra parola vera, colma di forza e di potere, capace di realizzare ciò che annuncia. Una grande pesca svela a Simone che di fronte a lui c’è una presenza che supera ogni possibilità umana, una presenza in cui si rivela Dio stesso, di fronte al quale c’è solo da riconoscere la propria indegnità: «Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: “Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore”» (Lc 5,8). Quando si fa esperienza della potenza di Dio, che supera ogni possibile umano, emerge la consapevolezza del limite, del peccato che ci separa da lui. Questo vale non solo per i prodigi che siamo soliti chiamare miracoli, come quello che accade quel giorno sul lago di Gennèsaret, ma anzitutto per quel prodigio fondamentale che è l’amore fedele di Dio per l’umanità, la sua misericordia indefettibile.
Guai tuttavia se l’incontro con Dio servisse soltanto a misurare la nostra fragilità. Ne verrebbero solamente turbamento e sconforto. Allo stupore di Simone e dei suoi compagni Gesù risponde allora con un’ulteriore parola, quella con cui egli trasforma un uomo peccatore in un «pescatore di uomini» (Lc 5,10). Il percorso della vocazione si compie nell’affidamento di una missione. Uomini, la cui vita è stata trasformata dall’incontro con Gesù, che in lui hanno riposto la loro fiducia, ora devono disporsi a “catturare gli uomini per la vita”, così si traduce alla lettera la parola con cui Gesù designa il loro futuro ruolo: saranno pescatori in quando dovranno prendere uomini vivi, uomini a cui dare la vita, assicurare la vita. Per Simon Pietro, e poi per Giacomo e Giovanni, la vita viene cambiata per diventare strumento di vita per gli altri, per uomini e donne da trarre fuori dalle infide acque del male per essere rianimati a vita nuova.
Ambedue gli aspetti della vocazione vanno messi in evidenza. Il Signore chiama e cambia la vita di un uomo, che rinasce dalla sua condizione di «peccatore» (Lc 5,8), come era avvenuto anche al profeta Isaia, un «perduto… uomo dalle labbra impure», a cui viene annunciato: «è scomparsa la tua colpa e il tuo peccato è espiato» (Is 6,4.7). Ma questa trasformazione salvifica ha come meta gli altri, così che il profeta può rispondere con coraggio all’invito del Signore e dire: «Eccomi, manda me!» (Is 6,8), mentre Simon Pietro si sente dire «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini» (Lc 5,10); parole a cui egli, con i suoi compagni risponde con lo stesso coraggio del profeta: «E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono» (Lc 5,11).
Nella vocazione, Dio e il suo Figlio si rivelano nella loro potenza creatrice, come sorgente di vita; dalla loro parola una vita può rinascere perché da essa ogni vita nasce. Solo lo sguardo su Dio, il riconoscimento di lui ci permette di scoprire la radice della vita dell’uomo e quindi il suo valore e la sua dignità, la sua vera e piena identità. E questa identità non si chiude in sé stessa, ma è proiettata verso gli altri.
Questa rappresentazione di come l’accoglienza dell’incontro con Cristo sia costitutiva dell’identità di una persona e del suo rapportarsi agli altri ci aiuta a fare memoria quest’oggi del nostro caro don Giampietro. Tutti noi siamo testimoni di come l’ascolto della parola di Gesù abbia illuminato la sua esistenza, e la fede in lui lo abbia reso trasparente di quella gioia del Vangelo che costituisce il segreto della vita cristiana e in particolare della vita di chi si è posto al servizio nella Chiesa.
Tutto questo lo abbiamo sperimentato nella schiettezza e veracità della sua persona, lontana da ogni vieto clericalismo e da ogni avvilente finzione. Questo gli permetteva di essere aperto nelle sue relazioni, con cui si poneva in atteggiamento di rispetto e di attenzione verso ciascuno e tesseva reti di autentica amicizia. Relazioni vere che rendevano singolare il suo impegno ecclesiale, spesso chiamato a misurarsi su terreni non scontati, quelli del governo delle cose e delle risorse, in cui però egli ha sempre visto e ci aiutati a vedere spazi di concreta pastoralità, fuggendo e aiutandoci a fuggire le facili sirene di una spiritualità disincarnata e al tempo stesso i terreni scivolosi di un uso meramente strumentale dei fattori economici in cui c’è chi pensa di poter tenere in sospeso la correttezza e la coerenza.
Perché tutto nella persona e nell’agire di don Giampietro aveva il sapore e la sostanza del Vangelo, capace di orientare l’agire proprio e di chi lo incontrava, unendo egli per primo motivazioni e competenze e rispettando le competenze degli altri, senza mai far pesare il proprio ruolo e l’autorità che esercitava. Una persona coraggiosa nelle scelte e che donava fiducia agli altri perché animata da una profonda visione di fede, che gli permetteva di porre tutto nelle mani di Dio senza nulla togliere alla responsabilità che gli era affidata. Un prete che viveva il dono della propria vocazione nella gratuità, senza nulla pretendere per sé e tutto proiettando nel dono verso il Signore e verso gli altri, fino ai giorni difficili del dolore. Un uomo di speranza, particolarmente caro a chi come me lo ha avuto collaboratore, sapendo di poter riporre in lui fiducia, perché amico sincero, operatore preparato, generoso e affidabile, prete vero, uomo di Cristo e della Chiesa.
Così oggi lo ricordiamo con affetto, custodendo ciascuno nel proprio cuore tante memorie di gioiosa consuetudine, di fraterna condivisione, di serena amicizia. Tutto questo vela di nostalgia e mestizia il nostro ritrovarci insieme, ma è anche motivo di rendimento di grazie al Signore per averci donato in don Giampietro un amico che ci è stato di esempio nella sequela del Vangelo che ancora oggi ci sprona nella nostra fedeltà.

Giuseppe card. Betori

la redazione

CPP: LO SPOGLIO DOPO LE ELEZIONI

NUOVO CPP “Commissione” Elettorale al lavoro Lunedì sera per lo spoglio delle schede dei votanti alle Elezioni del nuovo CPP. Nelle tre urne che erano state posizionate in Duomo erano raccolte oltre 650 schede. Risultato lusinghiero che conferma una buona partecipazione della Comunità per questo strumento fondamentale di condivisione e partecipazione che è il CPP.

PASSAGGIO DI TESTIMONE DEL CPP

PASSAGGIO DI TESTIMONE DEL CPP Si riuniranno assieme vecchio e nuovo CPP, questo lunedì 5 giugno per una sorte di “passaggio di testimone” nella continuità.  Dopo le votazioni di metà maggio e lo scrutinio effettuato dalla Commissione lunedì 22 si va delianeando il volto del Consiglio Pastorale Parrocchiale che svolgerà il suo mandato per i…

MESSA FINE ANNO CATECHISTICO

MESSA FINE ANNO CATECHISTICO “Sotto questo sole bello pedalare ma c’è da sudare…” Così diceva una canzone di qualche anno fa. Un sole splendido e bello caldo chi ha accolto ieri al Castello per la S. Messa di chiusura delle attività catechistiche. Per un anno abbiamo “pedalato”, con impegno e cercando di fare del nostro…


  UN PO’ DI LIEVITO

   

OLTRE I PREGIUDIZI. LE DIFFERENZE COME RISORSE intervento di Lucia Vantini

Madonna del Popolo 14 febbraio 2019

L’idea-chiave di questo mio discorso riguarda il fatto che i pregiudizi distorcono il presente e compromettono il nostro futuro. Una cultura piena di pregiudizi è una cultura sempre preoccupata e quando le preoccupazioni prendono tutta la scena diventa impossibile sperare. Si bloccano le speranze di tutti: le nostre, ma anche quelle degli altri che ci fanno paura. Le persone che ci sembrano diverse non dovrebbero avere il diritto di sperare. Questa è la legge dei pregiudizi.
Le mie parole, dunque, nascono da due desideri:
a. che sia possibile smascherare i nostri pregiudizi, quelli che si sono annidati nell’ombra della nostra mente e nel silenzio delle nostre azioni;
b. che torniamo, come adulti e come credenti, a prenderci la responsabilità della speranza e delle speranze che questa nostra cultura avvelenata tradisce e impedisce. Le nostre speranze e quelle degli altri.
Di questo ho parlato stamattina con i ragazzi e le ragazze del Liceo Medi e su questo vorrei ritornare stasera. Non dirò proprio le stesse cose, anzi: alcuni riferimenti sono gli stessi, ma mentre i giovani lo ho invitati alla libertà, vorrei invitare noi alla responsabilità delle libertà. Ora, tra adulti, vorrei portare l’attenzione e insistere di più sulla responsabilità che abbiamo nella conversione dei pregiudizi e nella conseguente liberazione della speranza in un mondo che sappia vivere di differenze e che non uccida le speranze di nessuno. Su di noi, spesso preoccupati di conservare, di non perdere quello che abbiamo e che siamo, cade il peso di un futuro disegnato a tinte fosche. È lontano il tempo in cui ci dicevamo «di doman non c’è certezza», perché oggi il futuro non ci inquieta più perché non lo conosciamo e non sappiamo che cosa aspettarci. Il futuro ci spaventa perché in qualche modo stiamo presagendo continuamente disastri.
Non è un invito a fingere che vada tutto bene. Ma è un invito a uscire dall’idea che va tutto male e che andrà sempre peggio per cui conviene mettere in salvo le case, i portafogli e le liturgie.
Assecondare e alimentare i pregiudizi sulle persone che ci sembrano diverse è un modo per uccidere le loro speranze di una vita buona e felice, ma è anche un modo per uccidere la nostra.
C’è anche un altro aspetto a cui farò esplicito riferimento stasera: si tratta del vangelo. Non lo chiamo in causa come fattore di identità rassicurante, anzi: lo faccio per aggravare il nostro senso di responsabilità sia per quanto riguarda i pregiudizi sia per quanto riguarda le pratiche che uccidono la speranza.
Nei vangeli emerge un Gesù che parla di una novità che fa stare meglio, di una verità che rende liberi, di un Regno che restituisce un domani a categorie che avrebbero dovuto essere disperate. I pregiudizi che incontra il Cristo hanno la forma della disapprovazione e del pregiudizio: un’adultera, un peccatore, un cieco, un lebbroso, un pubblicano, il ladrone, mangioni e beoni ecc. non potevano in alcun modo rientrare nella categoria dei salvati. I pregiudizi che cadono addosso a queste persone diventano un ostacolo alla salvezza benefica che esse sperimentano con Gesù e diventano a loro volta un pregiudizio su Gesù: chi si crede di essere questo figlio di falegname, tanto da osare rimettere i peccati e parlare di un Padre misericordioso che ama tutti, senza differenze?
Fare memoria del vangelo significa fare i conti con il fatto che i nostri pregiudizi sulle persone sono un’interruzione della benedizione di Dio, che deve fare una strada molto più lunga e più tortuosa per raggiungere la vita. La memoria del vangelo è pericolosa, diceva il teologo Metz. È pericolosa perché ci mette di fronte alla responsabilità verso i crocifissi della storia.
Qualcuno potrebbe domandarsi: che cosa c’entra la speranza cristiana – che in fondo è speranza nella risurrezione – con le storie fragili di certi soggetti? Ma è una domanda fuori luogo. Come si legge anche in GS:
Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore (GS 1).
Fare i conti con i pregiudizi
Chiunque di noi, e in buona fede, sente di non avere grossi pregiudizi. In realtà non è così. La nostra mente è una scatola oscura e lì dentro si annidano diversi pregiudizi.
Li abbiamo assimilati piano piano, forse per difenderci, forse per orientarci, forse senza alcun motivo particolare. Sono una sorta di dispositivo automatico, che scatta il più delle volte per metterci in allarme di fronte a ciò che non conosciamo. Abbiamo bisogno di prenderne coscienza. E l’introspezione, come si sa, non serve solo a fare chiarezza in noi ma anche a metterci nelle condizioni di capire che cosa accade nella mente di un altro.
I pregiudizi si annidano nella testa di tutte e di tutti. Eppure ci sono persone che li subiscono più di altre, perché si trovano a incarnare situazioni impreviste, diverse, estranee e per questo scatenano la preoccupazione della gente: ci sono storie pericolose per il quieto vivere, ci sono immagini che perturbano la nostra tranquillità, ci sono situazioni che non vorremmo mai vedere perché ci inquietano nelle nostre certezze che tutto andrà come sempre.
Ma che cosa sono i pregiudizi?
Sono giudizi prefigurati, dispositivi che attiviamo quando siamo di fronte a qualcosa o a qualcuno a cui non diamo il tempo di esprimersi. Il più delle volte si accompagnano a un’emozione negativa con cui guardo gli altri.
Producono stereotipi.
Gli stereotipi sono una rigida forma di associazione tra una caratteristica – o un insieme di caratteristiche – e una categoria o un gruppo, sulla base di una limitata e inadeguata informazione e conoscenza. Esempio: gli zingari rubano, i migranti sono terroristi o comunque violenti, i neri sono sporchi e rozzi, gli italiani mafiosi, le donne incapaci di lucidità, gli ebrei ricchi, usurai e pieni di sé, gli Scozzesi avari, i meridionali perditempo ecc.
Quando questi stereotipi si insediano nella nostra mente e finiscono per accendere sempre uno stato d’animo negativo e maldisposto, siamo di fronte a pregiudizi. In quell’anticipazione – sono giudizi che si formano troppo presto – non si trova solo un significato temporale, ma anche morale: mi scatta qualcosa dentro che mi porta a provare disgusto o imbarazzo e dunque a chiudermi alla relazione.
Come ci ha spiegato Judith Butler, se reiterati nel tempo e tramandati di generazione in generazione, i pregiudizi ci portano a considerare normale e assodato ciò che invece è frutto di un maldestro e ottuso percorso di lettura della realtà.
E i pregiudizi sono potenti: non sono solo qualcosa che la nostra mente crea. Sono anche qualcosa che a loro volta creano la nostra mente. Ci sono degli studi che mostrano come il pregiudizio modifichi addirittura le nostre percezioni del volto altrui. Il pregiudizio in qualche modo inganna il nostro cervello. Che brutta faccia ha quello! In base a che cosa lo diciamo?

Disfarci dei pregiudizi per attivare una cultura di speranza in cui si possa convivere con le nostre differenze?
È evidente che siamo in un’epoca molto contraddittoria, almeno qui in Occidente. Da un lato sentiamo una certa pressione verso il godimento, una sorta di comando che ci invita insistentemente a essere felici, uno strano imperativo che esprime una certa colpevolizzazione se non lo siamo: se siamo in difficoltà, malinconici, arrabbiati, poveri, in qualche modo deve essere colpa nostra, è il segno della nostra inadeguatezza alle situazioni, della nostra incapacità verso la vita. Siamo invitati a essere noi stessi, in un contesto in cui essere noi stessi vuol dire esprimerci direttamente, senza pudore, senza freni, andare dove ci porta il cuore senza pensare a dove siamo, con chi siamo, quale visione del mondo stiamo legittimando con il nostro atteggiamento.
Il paradosso sta nel fatto che questo invito alla felicità si accompagna a una strana lettura di questo tempo come epoca delle passioni tristi. Benasayag e Schmit, un filosofo psicoanalista e uno psichiatra, hanno parlato di questo tempo come di un’epoca delle passioni tristi . Si sono accorti, in quanto “tecnici della sofferenza”, che le persone che si rivolgevano a loro per un aiuto non avevano solo problemi psicopatologici, ma risentivano di qualcosa che si respira assieme all’aria: il senso di un futuro minaccioso. Si è passati da un futuro che promette o che al massimo inquieta per la sua incertezza, a un futuro-minaccioso che sicuramente porterà con sé il negativo. Siamo tutti oppressi da un senso di impotenza e di incertezza che ci chiude in noi stessi, afflitti da un modo angosciato di percepire il mondo, che ci appare come una minaccia, alla quale talvolta reagiamo istruendo i nostri figli alla lotta aggressiva in cui devono nascondere le debolezze. In questo testo, si pone l’accento sul fatto che la tristezza non è solo un sentimento che riguarda il singolo, ma è una vera e propria cultura. Quando una cultura impedisce di desiderare un mondo migliore essa è una cultura triste: dipingendo il futuro sempre e solo in termini foschi, essa diviene antievangelica.
Anche quando pensiamo a un qualche rinnovamento, a cui Roberta de Monticelli ha dedicato un bel testo, nulla sembra reale. Uno stato depressivo ammortizza ogni slancio. Viviamo una sorta di atrofia della mente, perché non sentiamo il valore della vita degli altri. Il nostro mondo privato è pieno di eccessi, la nostra vita pubblica scorre senza indignazioni né cura, perché non ci sentiamo più fratelli e sorelle. Degli ideali della rivoluzione ci è rimasta l’uguaglianza e la libertà, ma la fraternità non ha più alcuno spessore politico.
La vera tentazione che abbiamo è quella della disperazione.
Educhiamo i figli e questa generazione ad avere senso di realtà. ogni contesto formativo deve preoccuparsene, perché educare al senso di possibilità è tanto importante quanto educare al senso di realtà. Le due cose non sono in contraddizione, perché un radicamento profondo nella storia deve fare i conti sia con il già sia con il non-ancora.
Benjamin diceva che noi abbiamo la responsabilità della speranza non solo per noi stessi ma anche per gli altri.
Nell’immagine della speranza scolpita da Andrea Pisano sulla porta sud del battistero di Firenze, invece, è una donna seduta che tende a un frutto a cui non arriva, ma che a guardarla bene si presenta alata e dunque potrebbe anche prenderselo. In uno dei suoi viaggi Walter Benjamin ne era rimasto particolarmente colpito, e aveva poi scritto che la speranza apre sull’oltre, non importa se lo raggiungerà veramente, perché solo l’idea basta a tenerci in vita .
Finché c’è speranza c’è vita.
Può sembrare una bambina insignificante, scriveva il poeta francese Charles Péguy, perché è un sentimento degli inizi, di breve memoria e con poca esperienza, spesso nascosta e sempre in movimento; è difficile notarla e prenderla sul serio. Ma in realtà è lei a sostenere le sue sorelle maggiori: la fede e l’amore. È una forma di sapienza preziosa, perché insegna che non tutto è perduto, e lo può fare grazie a una lettura sbilanciata sul divenire, che le permette di vedere e di amare quello che non è ancora e che tuttavia sarà. Si accompagna tuttavia a quell’immagine infantile e, come capita all’invito evangelico di tornare come bambini, si deve mostrare in modo convincente che non si tratta di una forma di regressione, ma di una conversione che non si può capire con un’anima satura di memoria e di abitudini.
Ne era convinto anche Musil:
Se il senso della realtà esiste, e nessuno può mettere in dubbio che la sua esistenza sia giustificata, allora ci deve essere anche qualcosa che chiameremo senso della possibilità. Chi lo possiede non dice, ad esempio, qui è accaduto questo o quello, accadrà, deve accadere la tale o la talaltra cosa; e se egli dichiara che una cosa è com’è, egli pensa: beh, probabilmente potrebbe essere diversa. Cosicché il senso della possibilità si potrebbe anche definire come la capacità di pensare tutto quello che potrebbe ugualmente essere, e di non dar maggior importanza a quello che è, che a quello che non è .
È questa la condizione che permette di agire, come scriveva Bonhoeffer. Per lui, la speranza è una forza vitale che tiene uno spazio aperto per un domani differente quando ormai nessuno osa farlo, consente di resistere e di perseverare nonostante gli insuccessi, custodisce il futuro preservandolo dal veleno di chi lo rivendica solo per sé, e impedisce di acquietarsi nell’immaginario, in quello che rassicura con il ritornello del va tutto bene e in quello che spaventa con il mantra del va tutto male. Sperare nel meglio è una forma di radicamento nella storia:
«Ci sono uomini che ritengono poco serio, e cristiani che ritengono poco pio, sperare in un futuro terreno migliore e prepararsi ad esso. Essi credono che il senso dei presenti accadimenti sia il caos, il disordine, la catastrofe, e si sottraggono nella rassegnazione o in una pia fuga dal mondo alla responsabilità per la continuazione della vita, per la ricostruzione, per le generazioni future. Può darsi che domani spunti l’alba dell’ultimo giorno: allora, non prima, noi interromperemo volentieri il lavoro per un futuro migliore» .
Come scrive la filosofa Maria Zambrano, la speranza è sia una fame sia un ponte.
È una fame, perché è la nostra fame di nascere del tutto, di compiere la nostra storia, di realizzarci, di fare del bene. Siamo figli dei nostri sogni: i nostri sogni ci generano, ci mettono al mondo, ci fanno essere.
Senza speranza la vita è sospesa sulla propria incompiutezza. Quando si inceppa il dispositivo della speranza la vita si paralizza. Siamo responsabili della speranza, così come siamo responsabili delle parole dette o trattenute nelle situazioni tragiche. Emmaus, con quali parole abitate il dramma? Speravamo… La croce diventa ultima parola.
La speranza è anche un ponte, ti fa passare dall’altra parte e ti fa camminare sopra il tumulto della tua anima inquieta, disordinata, abissale.
Ne I beati, essa è descritta con un linguaggio poetico e potente: la speranza è un ponte che fa vedere ma anche transitare verso l’altra sponda. Sotto c’è l’abisso del proprio tumulto interiore, c’è il tempo che passa e corrode tutto. È un’architettura aperta quella del ponte: ha delle arcate che lasciano intravedere degli scorci e nella loro cornice li tiene insieme. Immagini staccate e al contempo raccolte. Il ponte funziona con dei passi:
1. guardare la realtà per quello che è
2. dare voce alle realtà che ci agitano mettendole in parole
3. donarsi, fino al punto del sacrificio
Sono i passi della speranza. Questa è speranza al singolare, quella che sta dentro in tutte le nostre speranze particolari. È la speranza creatrice:
quella che estrae la sua stessa forza dal vuoto, dall’avversità, dall’opposizione, senza per questo opporsi a nulla, senza lanciarsi in alcun tipo di guerra. È la speranza che crea restando sospesa, senza ignorarla, al di sopra della realtà, quella che fa emergere la realtà ancora inedita, la parola non detta: la speranza rivelatrice, che nasce dal congiungersi di tutti i passi già indicati, perfezionati e accordati all’estremo, che nasce dal sacrificio che nulla spera di immediato ma che è gioiosamente consapevole del suo certo, superato, compimento. È la speranza che cresce nel deserto che si libera dell’aspettarci in quanto nulla si aspetta a tempo determinato, la speranza liberata dell’infinità senza termine che abbraccia e attraversa l’intera estensione delle epoche .
In questa speranza la vita è sguardo che non indietreggia, parola che non ammutolisce, dono che non si trattiene.
Noi abbiamo la responsabilità della speranza.
La speranza di un altro può prendere il posto della mia, quando è esaurita. Sperare in un altro, sperare per l’altro. Nella disperazione può irrompere la speranza di un altro, e tenere aperto in me lo spazio del divenire. Benjamin: la speranza ci è data per quelli che non ne hanno più. «Solo per chi non ha più speranza ci è data la speranza».

Speranza cristiana e speranza umana: tra continuità e discontinuità
La speranza cristiana ha a che fare con la risurrezione e con il fatto che a risorgere è il figlio crocifisso che ha conosciuto il male e che lo ha mostrato come incompatibile con la salvezza di Dio. Ciò significa due cose: la mia vita non verrà perduta con la morte e fin da ora essa non è destinata al male.
Ma questa speranza non è né disumana né oltreumana.
Nei migranti che sperano di approdare, nei malati che sperano di guarire, negli omosessuali che sperano di essere considerati come soggetti morali, nei carcerati che sperano di tornare liberi, nelle donne che sperano di essere riconosciute come soggetti, negli affamati che sperano di mangiare, nei bambini che sperano di crescere, nelle persone sole che sperano nella compagnia, nel ricercatore che spera di trovare una formula – e gli esempi potrebbero essere infiniti – è in atto la promessa del vangelo. Non esiste una speranza cristiana che tradisca le speranze umane.
Questo non vuol dire che tutte le nostre speranze siano di per sé giuste e benedette. Abbiamo tutti delle speranze sbagliate. Ma in un orizzonte credente noi sappiamo che il vangelo scioglie come neve al sole l’egoismo che le muove e salva ciò che in esse c’è di buono. Magari è poco, ma è il segno della creazione buona, che non si perde mai, qualunque cosa succeda.
Quando Gesù dice di perdonare perché non sanno il male che fanno nomina questo residuo di bontà. Anche nella speranza che il mondo sarebbe migliore senza Cristo e i tanti poveri cristi, Dio sa recuperare qualcosa. Ma al contempo smentisce quella speranza sbagliata. Il mondo non è migliore senza Cristo. Per questo Cristo risorge e con lui risorge la speranza per tutti i crocifissi della storia.
Fare memoria della Pasqua significa sperimentare un futuro che fa un passo indietro, e immette nella storia una forma di resistenza al male. Il male non può avere l’ultima parola. Le paure non possono essere disperate.
La coltre di pregiudizi offusca tutto questo e chiude la promessa escatologica di un Dio che alla fine non si perde nessuno. Non lasciamoci rubare la speranza, scrive papa Francesco in EG. Cerchiamo di avere senso di possibilità oltre che di realtà. Lasciamo che l’altro racconti la sua storia. Perché uno dei modi per morire in questo mondo riguarda l’impossibilità di raccontarla a qualcuno.

 

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